Vino, donne, storie: Valentina Passalacqua
di Serenella Penza
Valentina mi accoglie nel suo ufficio nell’azienda agricola di famiglia ad Apricena, fuori dal quale campeggia un’enorme fotografia in bianco e nero.
“Quelli sono i miei nonni. S’incontrarono quando mio nonno scese dall’Abruzzo per la transumanza ad Apricena, dove viveva mia nonna, la “padrona” . A lei devo molto, una donna di un’energia ed una forza incredibile, imprescindibile fonte d’ispirazione per me. Pensa che in molti la ricordano ancora saltare le staccionate ad ottant’anni, come una ragazzina! E’ a lei che volevo somigliare, è alla vita che conduceva che mi
volevo avvicinare”.
Interessante. Ma in realtà sei cresciuta abbastanza lontana dalla campagna…
“In effetti dopo l’infanzia trascorsa tra paese e campagna, sono stata parecchi anni fuori. Mi sono laureata in Giurisprudenza alla Luiss a Roma, dove ho vissuto parecchi anni, poi un master a Londra e svariati viaggi in
giro per il mondo per curare gli affari dell’azienda di marmi di famiglia.
Una vita ben lontana da quella di oggi…
Esattamente. Imprenditrice, sposata ad un imprenditore, sistemavamo casa ad Apricena, ed ero in attesa della mia primogenita Giulia. Tutto sembrava andare in una direzione ben definita e nulla lasciava presagire che di li a poco avrei deciso di stravolgere la mia vita invertendo completamente rotta.”
Cos’è accaduto?
“Sicuramente era qualcosa che covava in me da più tempo ma è con la nascita di mia figlia che in me qualcosa è cambiato improvvisamente. Può sembrare singolare, ma il parto ha come rappresentato una rinascita anche per me, oltre che la nascita della mia bambina. Ho dato alla luce lei contemporaneamente una nuova me, o meglio, la bambina che era in me; quella che amava la campagna dei nonni, l’aria aperta, la raccolta dei pomodori in estate, le montagne della mia terra, la semplicità della vita
contadina. In un attimo ho capito che la vita che conducevo non la sentivo
affatto mia e che tutto ciò che desideravo era lì, davanti ai miei occhi, non si era mai mosso. Ho così recuperato quel rapporto con la terra e ho capito che in realtà era quello che avevo sempre voluto, ed era quello che avevo davanti. Non avevo bisogno di cercarlo altrove. Il paesaggio, i ritmi della natura, avevo perso tutto questo ma ora lo rivolevo!
Hai messo in discussione molte cose…
“Ho messo in discussione tutto, il mio stile di vita, la mia casa, il mio lavoro e perfino il mio matrimonio! Sentivo di vivere in una gabbia dorata dalla quale mi volevo liberare, sganciando i pesi delle sovrastrutture che mi impedivano di “volare”. È stato un percorso alla ricerca del contatto con me stessa che sentivo di poter trovare solo eliminando tutto ciò che di superfluo c’era nella mia vita, per arrivare all’essenza delle cose, alla loro purezza, e di riflesso alla mia di essenza.”
E allora cos’hai fatto?
“Grazie anche ad un viaggio in India, che ritengo essere stato fondamentale nel percorso verso una diversa consapevolezza di me, mi sono avvicinata moltissimo alle filosofie orientali, all’olistica, all’architettura organica, proprio per nutrire questo mio atavico bisogno di contatto con gli elementi della Terra. Per prima cosa ho deciso di andare a vivere in campagna, nei pressi dell’azienda agricola di famiglia, dove ho da poco ultimato la costruzione di una casa che ho tirato su seguendo i principi dell’architettura organica, dunque solo legno, pietra di Apricena e materiali naturali, vicino al mio modo di essere. Anche il giardino è stato pensato nel rispetto della
biodiversità.
Tutto ciò che scelgo, dal cibo, al vino, al design deve essere fatto secondo natura, senza forzature, al contrario, per rispondere ad una necessità.”
Ed a livello professionale, invece?
“Vedi, io non ritengo di poter distinguere la mia vita professionale da quella privata. Trovo che coincidano perfettamente.
Avevo, infatti, necessità di esprimere questa mia nuova vita attraverso qualcosa che mi rappresentasse , nel quale far confluire tutta questa energia che si stava sprigionando in me. Decisi allora che il vino poteva essere lo strumento adatto a comunicare la nuova Valentina che era in me.
Un po’ come accade per gli artisti con la pittura o la scultura, per intenderci.”
E come lo immaginavi questo vino?
“Ovviamente così come sono io! Essenziale, naturale, espressione massima della mia terra. Sarebbe stato un vino che raccontava di me, della mia anima, con la mia stessa personalità.
La scelta della biodinamica nasce dal bisogno di esprimere al massimo la mia terra e me stessa all’interno della bottiglia, quindi non potrebbe essere altrimenti. Il mio vino è come sono, così com’è, così sono!”
Sei stata supportata dalla tua famiglia durante questo percorso?
“Inizialmente per nulla! Anzi, la mia famiglia ha rappresentato un grande ostacolo da superare. Ritenevano fosse una scelta perdente fare del vino naturale quando non lo faceva nessuno. Inizialmente ho dovuto procedere per esperimenti e tentativi, di anno in anno, per raggiungere il risultato sperato. Puntualmente le cose andavano sempre meglio, di vendemmia in vendemmia. Ma Io ho messo parecchie volte in discussione il risultato della mia bottiglia. Anche quando i risultati dal punto di vista commerciale iniziavano ad essere gratificanti io non ero ancora soddisfatta, non era ancora ciò che volevo. E i miei genitori non capivano dove volessi arrivare.
Ho detto loro che dovevano fidarsi di me, andare oltre i successi iniziali, che c’era ancora del lavoro da fare. Che quel vino non ero ancora io. Ed ho rimesso tutto in discussione, ancora una volta. Ho, quindi, iniziato ad usare solo lieviti indigeni, livelli di solforosa bassissimi, nessuna chiarifica. Un vino più naturale possibile, questo il mio obiettivo…e chi mi ama mi segua. Ero sola contro tutti, una visionaria. Ma alla fine ho vinto io. Perfino mio padre ha dovuto ricredersi. E sono 4 anni che il mio vino si fa così. Ogni etichetta è una parte di me, un figlio. Mi piace pensare che ho due figlie di sangue e tanti figli di vino.”
L’etichetta alla quale sei più affezionata?
“È sempre l’ultima: ora è il Cosmos, un metodo classico ancestrale con un’unica fermentazione in bottiglia, senza aggiunta di lieviti o zuccheri, che segue sempre la filosofia di intervenire il meno possibile in cantina e lasciar fare tutto a madre natura.”
Sogno nel cassetto?
In realtà l’ho già realizzato. Mi spiego: dopo aver viaggiato tanto per studio e per affari ed aver raccolto molto da queste esperienze, avevo capito che era arrivato il momento di restituire. Insomma, volevo che questa volta fosse il Mondo a venire da me ad Apricena ad assaggiare il mio vino. Ed è un sogno che ho realizzato: buyer giapponesi, clienti americani e semplici curiosi da molti angoli del Mondo vengono qui per vedere come lavoriamo. E’ Il potere del vino che gira per il Mondo: quando qualcuno lo assaggia dall’altra parte del pianeta non resiste alla tentazione di conoscere il posto dov’è stato prodotto, vuole venire qui.È un pezzo di me e della mia terra che fa il giro del Mondo, ed è per me motivo di grande orgoglio.
E spero che un giorno Giulia e Agnese abbiano voglia di condividere le mie idee ed il mio percorso.













