I sommelier si raccontano – Daniela Gravili
Con la diffusione della cultura del vino si è andata sempre più affermando una nuova figura, quella del Sommelier. Questa rubrica raccoglie le dirette testimonianze di quanti si sono fatti coinvolgere, per ragioni professionali o per semplice passione, in questo percorso di conoscenza.
Noi ospitiamo le loro storie, a nostra volta per conoscerli di più.
Ma tu che lavoro fai?
Vita da sommelier per passione! Anni di studio che non finiscono mai, un girovagare per cantine e fiere, bevute didattiche, ore piccole, ore in piedi a far degustare i “wine lovers” . Ma che fatica! Ma che gioia! L’emozione data dall’incontro con una nuova bottiglia.
Come sarà questo vino?
Entrare in un’enoteca e sentirsi meglio che in una gioielleria (o forse, per me poco amante di gioielli e tanto di gelati, dovrei dire”meglio che in una gelateria”) con la curiosità di scoprire qualche bel prodotto o una nuova cantina. Ho il vino nel sangue, e non perchè-quantitativamente parlando- beva tanto, ma perchè il mio papà era di Salice Salentino, sinonimo di vino salentino e sede di una nota cantina che per prima imbottigliò il nostro rosato. E proprio il rosato era il vino amato dal mio babbo, che lasciò il paesello da giovanissimo per viaggiare con le sue navi, paese che non lasciò mai col cuore. Amore per la sua terra e per il vino che ha trasmesso ai suoi figli. Beh, non proprio a tutti: due su tre. Ho una sorella astemia, a tavola non passa neanche la bottiglia del vino soprattutto se rosso. Ma che non si sappia troppo in giro…!
Sono nata e cresciuta a Roma a due passi da Porta Portese, quella Roma trasteverina che nelle sue trattorie offriva un vinello leggero leggero, un frascati magari leggermente annacquato (..se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua…) nella brocca da mezzo litro e fuori un cartello “cosce di rana fritte”. Non ricordo sinceramente il mio primo vero vino, la mia generazione beveva birra, al limite si ordinava quello portoghese nella bottiglia di coccio o quello nella pulcianella. Poi questa passione ha preso sempre più posto nella mia vita, l’incontro con l’Associazione Italiana Sommelier -nello specifico la delegazione di Lecce dove ora vivo- ha aperto quella porta che aspettava di esser spalancata e mi ha catapultata in un mondo di incontri con persone, luoghi e ovviamente tanto buon vino. Ora le vacanze o gite sono finalizzate a visite in cantine, vigne, enoteche, fiere, convention e cosi via!
Non solo nella mia bella Puglia, ma in tutta Italia, Europa America, Giappone. Tanto ancora da scoprire e studiare, come per l”esame da degustatore AIS sostenuto e superato da poco. Collaborazioni con cantine, ristoranti ed eventi. Anche se poi faccio altro che nulla ha a che fare col mondo dei grappoli. E qua il punto dolente, perchè quando dici che sei un sommelier immediata arriva la domanda: “Si ma tu, in realtà: che lavoro fai?”!!!
Perchè oggi, soprattutto nel meridione, la professionalità di un sommelier forse deve ancora esser valutata nella sua completezza, sia dagli utenti che dai fornitori di servizi. Importante a tal proposito ciò che ha detto Roberto Anesi -miglior Sommelier 2017– : “Chi si lamenta delle spese per un professionista, non comprende quanto pagherà l’incompetenza”.
E questo vale anche per la sommellerie. Perciò è un bene la crescente diffusione della cultura del mondo del vino, anche per far comprendere quanto fa un sommelier e quanto studio e pratica c’è dietro. E che è un lavoro vero! Perchè non si debba più sentirsi fare la fatidica domanda: “Ma tu che lavoro fai?”









