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Il “Dandy 2025” di Mazzone miglior Rosato d’Italia

  • 22/05/2026
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Di Luciana Doronzo

È pugliese, di Ruvo, il miglior vino rosato d’Italia. “Dandy” 2025 di Francesco Mazzone, da Nero di Troia, guida la classifica dei migliori 100 Rosati della Guida curata da Antonella Amodio, Chiara Giorleo e Adele Elisabetta Granieri, edita da Luciano Pignataro Wine Blog.

Nell’ambito della ventesima edizione di Vitigno Italia, a Napoli, l’ufficializzazione della graduatoria che valorizza tradizioni enologiche di aree vocate, come la Puglia. La prova di un legame storico tra la particolare produzione e la nostra terra è confermata dagli importanti piazzamenti di altre aziende nostrane. Abbiamo incontrato Francesco Mazzone, produttore-enologo.

– Qual è la sua filosofia produttiva e come si arriva a Dandy?

Realizzare vini veri, sinceri, che parlino del territorio da cui nascono. La nostra è un’azienda che ha sempre fatto tutto con le proprie forze, partendo dalla campagna. Per questo cerchiamo di intervenire il meno possibile e di rispettare al massimo quello che la vigna ci dà ogni anno. Siamo i primi consumatori dei nostri vini. Questa cosa per noi conta tantissimo, perché ci obbliga a cercare sempre equilibrio, bevibilità, genuinità e identità, senza inseguire mode o vini costruiti. “Dandy” nasce proprio da questa idea. Volevamo dimostrare che il Nero di Troia può’ esprimersi in maniera elegante, fine e contemporanea anche nella versione rosa, senza perdere il proprio carattere territoriale.

– Le sue etichette nascono spesso in ambito familiare. A chi è dedicato Dandy?

“Dandy” non è dedicato ad una persona in particolare, ma rappresenta un’idea, uno stile. Volevamo creare un vino con una personalità ben precisa: elegante, raffinato, ma allo stesso tempo autentico e non costruito. La prima annata è stata la 2014, ma nel tempo anche l’etichetta è cambiata diverse volte, seguendo un po’ l’evoluzione del momento, ma mai del vino.

– A chi ha affidato il delicato compito di rinnovare l’immagine?

L’ultima versione è stata realizzata da Mariateresa Quercia, che è riuscita a interpretare molto bene il carattere che volevamo dare a “Dandy”. Anche questo progetto, come spesso accade da noi, nasce da confronti fatti in famiglia. Crediamo che un vino non debba raccontare solo ciò che c’è nel bicchiere, ma anche il carattere dell’azienda e delle persone che ci sono dietro. La figura del “Dandy” ci piaceva perché trasmetteva eleganza, cura dei dettagli e un modo di distinguersi senza bisogno di eccessi.

– Ha ottenuto un riconoscimento prestigioso, che celebra il valore del Nero di Troia, spesso un passo indietro rispetto a Primitivo e Negroamaro.

Sì, ed è forse l’aspetto che ci rende più orgogliosi. Negli anni il Primitivo e il Negroamaro hanno avuto una grandissima capacità di affermarsi e di rappresentare la Puglia nel mondo, mentre il Nero di Troia viaggia più lentamente, nonostante abbia un’identità straordinaria. È un vitigno che ha bisogno di essere capito fino in fondo. Non è immediato, non cerca di piacere a tutti i costi, ma quando viene interpretato bene riesce ad avere eleganza, profondità e una forte riconoscibilità territoriale. Ricevere un riconoscimento così importante con un rosato da Nero di Troia significa dimostrare che questo vitigno può esprimere altissima qualità anche in versioni diverse da quelle più tradizionali. Ed è un segnale importante non solo per noi, ma per tutto il territorio e per tutti i vignaioli che continuano a credere in questo vitigno. Noi abbiamo sempre creduto nel Nero di Troia, anche quando era meno “di moda”, perché rappresenta profondamente la nostra identità e il territorio in cui viviamo.

– È più difficile ottenere un rosato di qualità dal Nero di Troia?

Sì, sicuramente non è il vitigno più semplice da interpretare in rosato. Il Nero di Troia ha una personalità molto forte: è ricco di struttura, tannino, componente fenolica e carattere varietale. Proprio per questo bisogna lavorare con grande precisione, soprattutto in vigneto e nella scelta del momento della raccolta.  In più è un vitigno molto delicato in vigna. Soffre particolarmente la radiazione solare diretta e tende facilmente ad andare in stress, soprattutto nelle annate più calde. Per questo la gestione della chioma e dell’equilibrio della pianta diventano fondamentali. I nostri vigneti hanno più di vent’anni, producono naturalmente poca uva e sono coltivati su terreni bianchi, calcarei, che aiutano a preservare un po’ di freschezza e tensione nel vino, caratteristiche molto importanti quando si vuole ottenere un rosato elegante e identitario. A mio avviso, la difficoltà maggiore è proprio trovare equilibrio: preservare freschezza, finezza e bevibilità senza perdere il carattere del Nero di Troia. Il rischio è fare rosati troppo pesanti oppure, al contrario, vini troppo scarichi e anonimi nel tentativo di renderli più “facili”. Con “Dandy” abbiamo cercato di seguire una strada precisa: fare un rosato che fosse elegante e immediato, ma che raccontasse chiaramente il vitigno e il territorio da cui nasce. Ed è probabilmente questa identità così marcata che oggi viene riconosciuta e apprezzata.

– Sempre più si beve rosato. Questa tendenza servirà a fronteggiare il calo dei consumi di vino?

Secondo me il rosato sta vivendo un momento molto interessante perché intercetta un modo nuovo di bere vino: più informale, più trasversale e spesso anche più quotidiano. È un vino che riesce ad avvicinare pubblici diversi, soprattutto le nuove generazioni, perché può essere fresco, gastronomico, versatile e meno “impegnativo” rispetto a certi rossi strutturati. Ma la cosa importante è che oggi il rosato non viene più considerato un vino “di complemento”. Sempre più aziende investono seriamente nella sua produzione, partendo già dalla gestione del vigneto fino alle scelte di cantina. Dietro un grande rosato oggi c’è progettualità, identità e ricerca qualitativa. Non credo però che da solo possa risolvere il problema del calo dei consumi. Quello che sta cambiando è il modo di consumare il vino: si beve meno ma c’è’ maggiore attenzione per la qualità, all’identità del prodotto, alla sostenibilità’ e alla storia che caratterizza la bottiglia.

– Quanto la Puglia può giovarsi per questo nuovo interesse per il Rosato?

In un territorio come la Puglia, storicamente legato ai grandi rossi, il rosato ha e può avere un ruolo fondamentale anche per il futuro del vino regionale. Abbiamo vitigni straordinari e condizioni ideali per produrre rosati di grande personalità e riconoscibilità. Allo stesso tempo credo che serva anche una riflessione sui disciplinari di produzione, che in alcuni casi oggi risultano ancora un po’ indietro rispetto all’evoluzione del mercato e delle potenzialità dei territori. Faccio un esempio concreto: ad oggi non è previsto uno spumante rosato da Nero di Troia, nonostante questo vitigno possa avere caratteristiche molto interessanti anche in quella tipologia La vera sfida oggi è continuare a creare emozione, autenticità e legame con il territorio. Perché le persone non cercano più solo un vino da bere, ma qualcosa che abbia un’anima e una storia da raccontare.

 

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